Cronaca CE

Sette anni fa moriva Roberto Mancini, il poliziotto che per primo indagò sui veleni in Campania. Il ricordo di Alessandro Magno

Il 30 aprile del 2014, a Perugia, moriva il Sostituto Commissario Roberto Mancini, conosciuto per essere stato il primo poliziotto che con la sua squadra ha indagato sullo sversamento illegale di rifiuti speciali e tossici nei territori della Campania, che verranno poi indicati come terra dei fuochi, oltre che sulle attività della camorra collegate. Proprio lo stretto contatto quotidiano con quelle sostanze durante la sua attività investigativa gli fece contrarre il linfoma non-Hodgkin, diagnosticatogli nel 2002, fino a causargli la morte. 

Oggi, a 7 anni esatti dalla sua scomparsa, a ricordarlo sulla sua pagina facebook è l’Assistente Capo Coordinatore Alessandro Magno, componente, all’epoca dei fatti, del pool investigativo messo in piedi da Mancini: “Interagiva con le persone da uomo, non da poliziotto. Questo lo faceva con tutti senza nessuna distinzione. Abbiamo creduto nei valori di cui lui non parlava, ma metteva in pratica. Lealtà e onestà era un modus vivendi”, scrive Magno che da alcuni anni sta incontrando le scolaresche di tutta Italia proprio per raccontare la forza umana e investigativa di quel poliziotto e per ammonire sulle responsabilità di ognuno di noi nell’evitare l’avvelenamento della terra. “Durante le indagini ascoltava ogni suggerimento e intuizione dei suoi uomini – si legge ancora sul profilo di Alessandro Magno -. Li sentiva parte di sé. Lui metteva al centro di tutto l’uomo, e non i gradi (qualifiche). Guai se uno di loro avesse subito un torto da chicchessia. Sapeva quanto rischiavano i suoi uomini per lavorare con lui in questa tragedia infinita chiamata Terra dei Fuochi. Sentiva il peso e la responsabilità dei suoi collaboratori”.

L’espressione “Terra dei Fuochi” apparve per la prima volta nel 2003, quando fu usata nel Rapporto Ecomafie di quell’anno curato da Legambiente. Ma i primi sospetti sull’attività illegale dello smaltimento dei rifiuti tossici furono evidenziati nella prima metà degli anni novanta da un’indagine della Polizia di Stato condotta da Roberto Mancini, allora ispettore della Criminalpol. La sua informativa del 1996 in cui presentava i risultati delle indagini e i dettagli sui reati e i presunti autori non ebbe però ulteriori sviluppi fino al 2011, quando venne ripresa dal Pubblico Ministero Alessandro Milita che riavviò le indagini.

Il poliziotto Alessandro Magno, ogni volta che ripercorre le tappe di quella vicenda, mette in risalto la compattezza del team che portò alla luce il più grande intreccio tra criminalità e disastro ambientale. E, infatti, nel suo personale ricordo diffuso attraverso le pagine social, scrive: “L’attività professionale svolta all’interno della squadra di Mancini, era sicuramente diversa rispetto alle altre squadre. Fare parte di una squadra, ‘significa fare il tifo condividendone gioie e dolori, vittorie e sconfitte’. Figuriamoci in quella come la nostra. Faccio un esempio: la nostra squadra era derisa da tutte le altre squadre e tacciata come la ‘squadra dei monnezzari’. Quando parlo della figura di Roberto Mancini, sembra la descrizione di una figura mitologica, invece no, lui era fatto così”.

Nel settembre 2014, in seguito a manifestazioni, petizioni, l’impegno di alcuni amici, della famiglia e di alcuni parlamentari, a Roberto Mancini viene finalmente riconosciuto lo status di “vittima del dovere” che certifica la connessione tra la malattia e il servizio prestato, riconoscendo il suo importantissimo lavoro e il sostegno alla sua famiglia. La Rai gli ha dedicato una serie tv, ma forse bisognerebbe istituire una giornata nazionale per ricordare non tanto l’uomo quanto l’abnegazione; non tanto il poliziotto quanto il dovere di cittadino di salvaguardare l’ambiente per tutelare ognuno di noi.

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